Sabato 21 ottobre a Pavia c’era Giocanda III°edizione, la festa dei giochi di strada e per strada. I nostri volontari stavano raccontando delle fiabe ai bambini sulle scale della chiesa del Carmine, quando il parroco, Daniele Baldi, si è presentato al nostro gazebo. Ci ha detto che, mentre le altre associazioni presenti sulle scale erano ben accette, Arcigay Pavia “Coming-Aut” non era gradita. Ha dichiarato che quella parte di piazza è di proprietà della Chiesa e che la curia aveva espressamente proibito la nostra presenza in quello spazio. Sul motivo di una tale decisione discriminatoria, il prete non ha saputo dare spiegazioni sensate. “Per le fiabe” ha detto. Gli abbiamo chiesto se le avesse lette e ci ha risposto di no. “Prima di censurare un libro, non le pare opportuno leggerlo?” gli ha chiesto la presidente Barbara Bassani. Ma il prete ha preferito sbandierare carte e permessi, ha chiesto l’intervento degli uffici comunali. Infine, è riuscito a pretendere la nostra cacciata: i bambini sono stati costretti a spostarsi, dai gradini dov’erano seduti, ai sassi della parte “pubblica” della piazza. Seduti per terra, abbiamo continuato a leggere le pericolosissime fiabe che tanto hanno spaventato chi non le aveva nemmeno lette.

Le altre associazioni, per non avallare una discriminazione e per solidarietà verso #Arcigay #Pavia, hanno deciso di spostarsi con noi.
Questi i fatti.
Quel che resta è l’indignazione di essere stati cacciati per ignoranza e arroganza. La chiesa che predica l’accoglienza è la stessa che rivendica il potere di decidere chi può stare nel pezzo di una piazza e chi no? E sceglie di esercitare quel potere e delibera che qualcuno deve essere rifiutato. Noi, come associazione, cerchiamo ogni giorno di praticare davvero l’accoglienza perché sappiamo che cosa vuol dire subire una discriminazione. Lo sappiamo perché l’abbiamo subita in prima persona, e perché abbiamo ascoltato le storie delle tante persone che accogliamo e che abbiamo accolto: ragazzi e ragazze, donne e uomini, cattolici, atei, musulmani, bianchi, neri, e persino preti, che combattono, scappano, soffrono perché rifiutati per la loro diversità. Le nostre storie insegnano molte cose, prima fra tutte che l’accoglienza è conoscenza.
La curia, pur di cacciare in fretta le persone lgbti dalle scale di una chiesa, non si è curata nemmeno della presenza dei bambini che, insieme ai loro genitori, stavano compiendo un atto davvero eversivo: ascoltare una fiaba.
Una tale ostilità ha un nome: non si chiama gender, si chiama omotransfobia.

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