Gli attacchi feroci e strumentali che abbiamo ricevuto in questi giorni, per il solo fatto di partecipare a una manifestazione gioiosa e plurale come Giocanda – manifestazione a cui abbiamo partecipato anche nelle scorse edizioni (vale la pena ricordarlo a chi si scandalizza con tre anni di ritardo) – ci hanno imposto alcune riflessioni.
Con rammarico constatiamo che il vescovo di Pavia, Corrado Sanguineti, ha deciso di capitanare gli estremisti “no-gender” pavesi: nel giugno scorso, in occasione del terzo Pavia Pride, aveva concesso spazio a un gruppo di fanatici, che sostenevano le teorie riparative equiparando l’omosessualità a una patologia curabile. Posizione omofoba e anacronistica. Oggi, dalle pagine del suo giornale, il vescovo manifesta contrarietà al fatto che i volontari di Arcigay Pavia possano leggere delle fiabe in una pubblica piazza della città.
La domanda che vorremmo porre al vescovo, e anche a quegli esponenti politici di frange decisamente minoritarie, a cui è stato dato molto spazio sia sul giornale della curia, sia altrove, è questa: sapete di che cosa state parlando? Avete mai letto le fiabe che volete censurare? Sapete che quella che definite teoria gender non solo non ha alcun fondamento nella realtà, non è propagandata da nessuno e non è altro che il triste esito di una strumentalizzazione messa in atto, a partire dalla metà degli anni Novanta, da una minoranza di estremisti dell’ultradestra cattolica? Le fiabe non parlano di gender. gender, lo ricordiamo, non è una parolaccia: è la traduzione inglese di genere e il genere non è un mostro.
Il predecessore di Sanguineti, il vescovo Giovanni Giudici, aveva iniziato, in collaborazione con Arcigay Pavia “Coming-Aut”, un percorso di approfondimento sui temi LGBTI. Nel 2010, incontrando la nostra associazione, si era detto contento di potersi confrontare con una realtà che la Chiesa cattolica aveva spesso rifiutato di conoscere: “Abbiamo tanto da imparare” ci aveva detto.
Quella posizione dialogante e aperta viene oggi sconfessata dall’attuale vescovo; particolarmente allarmante è l’affermazione  “Dissociare il gender, il genere sentito, dal sex ovvero il sesso biologico è un percorso che si propone di creare sin dall’età infantile indeterminatezza e confusione sull’identità maschile e femminile”. l’identità di genere che non coincide con il sesso biologico di una persona è la disforia di genere che riguarda le persone transessuali, che non sono nè mostri nè confusi. se è vero che l’identità di genere di una persona matura dall’infanzia a prescindere dall’ambiente sociale e culturale che la circonda, è come ognuno di noi sente di essere, davvero è un’accusa pretestuosa e gravissima quella di voler rendere i bambini confusi sulla loro identità. Questa forte presa di posizione ci rammarica. E ci rammarica e ci inquieta il merito delle sue dichiarazioni: chiedere che a Pavia vengano negate le piazze alle persone lgbti, significa voler avvicinare la nostra città a luoghi del mondo dove vige un regime di sistematica discriminazione, quando non di aperta persecuzione, nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, nei confronti delle donne e delle minoranze sgradite al potere. Pavia non può diventare, e non diventerà, come la Turchia di Erdogan, Pavia non è l’Iran. Chi vuole censurare i libri e proibire alle persone lgbti di stare liberamente nelle strade e nelle piazze delle città, veicola messaggi d’odio capaci di evocare gli anni neri del ventennio fascista. A una tale visione, noi, come associazione e come comunità, ci opporremo sempre.

Ed ecco unn’altra questione ci sta molto a cuore: Arcigay Pavia “Coming-Aut” si rappresenta come gioiosa, irriverente, coloratissima: è il nostro modo di resistere, è lo stile delle nostre battaglie. Ma sia chiaro: nella nostra comunità c’è ancora tanta sofferenza causata dall’omotransfobia. Nelle scuole c’è il disagio terribile causato dal bullismo di stampo omotransfobico, nelle famiglie ci sono figli rifiutati, percossi, allontanati dai genitori a causa del loro orientamento sessuale, ci sono ragazzi e ragazze che hanno deciso di togliersi la vita non tanto per il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere ma per tutto l’odio e la violenza omo-transfobica ricevuti. Le dichiarazioni che in questi giorni hanno riempito di parole d’odio le pagine dei giornali non fanno altro che dare forza a quel pensiero omotransfobico che ancora corrode tanti ambienti, tantissimi settori della nostra società.
Chi, dalla propria posizione di guida o rappresentanza, parandosi dietro il vessillo dell’inesistente e delirante teoria gender, veicola messaggi discrimatori e vessatori, rifletta sulle conseguenze terribili che le parole possono causare alla vita di tante persone, soprattutto delle persone più fragili.

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